Sono partito commosso, con gli occhi umidi – la potenza di Land Of Hope And Dreams, il viaggio dove i sogni non sono contrastati, leave behind your sorrows let this day be the last, tomorrow there’ll be sunshine and all this darkness past… – e sono arrivato, dopo tre ore e venti, con la gioia e il cuore che scoppia, ballando Twist And Shout e Shout Bamalama.

Ogni volta devo smentire me stesso – ok, questo è il miglior concerto milanese di Bruce…. – è stato così per il primo, 1985, tour di Born In The Usa; per quello sotto una pioggia biblica del 2003; quello del 2008 che ha sforato la mezzanotte attirandosi le ire dei residenti di San Siro; e poi quello con la Seger Session, quello acustico di The Ghost Of Tom Joad, quello dell’anno scorso, il primo senza Big Man.

No, il miglior concerto di Bruce a San Siro è sempre il prossimo, perché, come ha detto l’altra sera battendosi il pugno sul petto, ” ho suonato in tante città, ma questo è un posto speciale, vi tengo nel cuore… ” Per questo, ha voluto omaggiare i 60.000 di San Siro, riannodando le fila della sua storia italiana, ricordando il suo primo concerto, anno di gloria 1985 e proponendo l’intero album Born In The Usa.

Che non è, beninteso, il suo disco migliore. Ma che, con quella sfilza di hit singles, dinamico e ammiccante, è stato una miccia micidiale per accendere l’urlo del catino di San Siro, con Little Steven sugli scudi in Glory Days e I’m Goin’ Down, Nils Lofgren a suonare la chitarra coi denti in Cover Me e migliaia di accendini (telefonini?) accesi in I’m On Fire e My Hometown.

50c

 

 

Prima, le richieste: American Land, danzata da tutto lo stadio tra violini e fisarmonica; una sorprendente Good Golly Miss Molly dove Bruce fende il tramonto milanese con un urlo da shouter R&B che fa impallidire Little Richard; una meravigliosa, stravolta Atlantic City, che parte col drumming ossessivo, barricadero di Mex Weinberg e le prime strofe che quasi stenti a riconoscere, per poi evolversi in una danza dal sapore d’Irlanda.

Dopo, la sequenza killer di Shackled And Drown, Waiting On A Sunny Day, The Rising, Badlands e Hungy Heart. Non c’è via di scampo. Il rock fatta persona: la fisicità e la padronanza scenica di Elvis, la voce più unica e grande di tutti i tempi, che mischia James Brown, Eric Burdon, Bob Dylan e Van Morrison, il Soul, il R&B, il Folk, il rock tradizionale.

I bis partono con This Land Is Your Land – con voce arrocchita come la canterebbe Woody Guthrie – che da acustica si fa elettrica e diventa We Are Alive, piena di fiati, cori e percussioni; Born To Run e 10th Avenue Freeze-Out sono due inni epocali, con Jake Clemons che non fa rimpiangere zio Big Man e Twist And Shout e Shout Bamalama distillano le ultime gocce di sudore e allungano il party.

Dopo tre ore e venti di sarabanda quest’uomo – 63 anni compiuti – è ancora capace di lasciare un ultimo ricordo a San Siro, cantando con voce commovente e soffiando nell’armonica la storia di fuga di Thunder Road, show a little faith, there’s magic in the night…. La notte è tua Bruce. E di noi 60.000.

Vi amo…. Italia…. Milano….. San Siro….