La passerella con assi di legno naturale di un atelier d’artista. Il tappeto in rafia dalla mano ruvida. Un crash visivo con stucchi, specchi e l’oro della sala sfilata. La maison Valentino ama da sempre i contra- sti. E da quando ha portato in scena la collezione maschile sotto l’egida di Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, ha stregato i fashion addicted, che al posto del rosso maison sfoggiano come pavoni camouflage, distillati di borchie, sneakers diventate it-shoes. Già blockbuster di vendita. Un nuovo Dna che non si abbandona, al contrario fa nuovi adepti con lo show targato primavera-estate 2015. Primi a imprimersi nella memoria, quei fiori vagamente anni 30 per le stampe su una seta cruda. Sono flowers di un giardino intellettuale, come l’ispirazione di partenza. «Non pensiamo a un uomo, ma a tanti uomini, a quelli che hanno lasciato il segno, con germi nuovi di cultura, rocker che hanno rotto le regole, pensatori a tutto campo», hanno spiegato Chiuri e Piccioli. In un moto che parte da lavorazioni couture, in tutti i capi, ma con i primi sei look emblema di quella nuova alta moda maschile. Declinata con un touch sportivo, in blouson in tre bianchi diversi o in maxi T-shirt double. La silhouette si rilassa, si ammorbidisce, più cool. Tra stampe e broccati, tra cartelle-zaino e sneakers dall’imprinting floreale. Il camouflage si accende di tinte squillanti, il broccato disseta per la febbre dell’oro, gli effetti pijama ricordano la nonchalance di Picasso o di Julian Schnabel.

Una parete marmorea dal timido rosa. Lo sfondo della sfilata firmata Louis Vuitton ricorda l’incipit creativo di stagione. Il Rajasthan. Sawai Jai Singh, il re che aveva costruito Jaipur, la città rosa dell’India appunto. Perché la mente di Kim Jones, direttore stile dell’uomo della maison
di Lvmh, contamina con un nuovo viaggio il guardaroba sofisticato dell’uomo Vuitton. Con citazioni che si giocano più nei dettagli su una silhouette allungata e precisa. Pantaloni a vita alta, doppiopetto business in tinte luminose, camicie con il motivo Karakoram, con le celebri V incrociate in motivi a zig zag. È di rigore il rigore (marziale). Con tute intere e bomberini che sembrano quelli dei piloti dell’esercito americano. Anche se in tinte squillanti, very Bollywood. Come gli incastri cromatici in shirt a maniche corte. Blu e khaki serpeggiano, i pull hanno inserti sulle spalle come mostrine, le cinture a contrasto sono emblemi di precisione stilistica. Si aggiungono a un parterre di accessori come grandi zai- ni con appesi asciugamani arrotolati, sneakers in pellami pregiati, tracolle dove compare il monogram, borse della new V collection per giovani nomadi, portachitarre griffati. Per mai sopite passioni bohémien.

Il passo è preciso, marziale per ruotare attorno all’installazione-cuore della scena. Un aereo esploso, con i pezzi sospesi nell’aria, un’opera creata dall’artista olandese Paul Veroude.
Un processo di decostruzione che sembra accompagnare anche la collezione Givenchy. Con un sartoriale sezionato. Con bande grafiche. Con tulle antigravitazionali. «È una collezione dove ci sono tutte le mie ossessioni», ha spiegato a Riccardo Tisci. «Le uniformi, il tailoring, le divise, quelle degli Ac- Dc, i fiori». E le perle, preziose, che illuminano di fregi il finale, dando un nuovo twist a un’anima sportiva. Lo show si apre con rigore. Giacche anche doppiopetto, portate con shorts e anfibi, mutazioni delle inglesine, con stringhe candide a contrasto. Un boyscout inquietante, con cuffiette nere da rapper, con orecchini tondi come bottoni-gioiello. Fiori sospesi nell’aria sbocciano per la stampa di stagione, come un maculato botanico. In un bosco da esplorare con parka e pantaloni multi tasche, con grandi zip, con tiranti importanti. Il ritmo si alza, come i boots che diventano cuissard dominatori. Si portano con spolverini oversize, con giubbotti fisicati. Con quelle camicie che ribadiscono la vena ipergrafica. Con strisce e bande davanti e dietro. Tribali. Active. Ossessivi.

La targhetta Lanvin e un campanello. Ring the bell. Due porte, sulla passerella, poste in linea. Come la Voie triomphale, la prospettiva architettonica di Parigi che collega con lo sguardo l’Arco di Trionfo del Louvre, quello dell’Etoile fino all’Arco della Défence. Un omaggio alla Ville Lumière, un ricordo delle origini. «Siamo una maison non una factory», ha spiegato a Lucas Ossendrijver, che sotto l’egida di Alber Elbaz cura la linea uomo di Lanvin, «una porta piccola e una grande, come nel nostro logo con una donna e una bambina». Lanvin ribadisce Lanvin. Anche nella sfilata per la prossima primavera-estate. «High fashion meets technology. Un nuovo lusso, che non è solo sfoggiare il coccodrillo», ha continuato Ossendrijver. «L’uomo non cambia di continuo, stagione dopo stagione. Cambia il suo modo di portare gli abiti. Se prima aveva un driver per muoversi in città, oggi prende la metropolitana o va in bicicletta». Una new wave urbana che modifica in parte le silhouette, più soft. I pantaloni sono morbidi o comunque più stretti sul fondo. Borse che diventano tracolle-zaino, sneakers dalla mano super tecnica. Lo sportswear contamina un look vanitoso e rockeggiante. Con giacche che si allungano, che mixano trasparenze. Che si indossano con camicia e dolcevita impalpabili. Da alternare a bomberini di pelle con incroci le liberano frangette, alla seta che sembra tecnica, a trench-parka.