Willy DeVille, al secolo Billy Borsos, non ce l’ha fatta. Si è spento a 59 anni, nel suo appartamento di Manhattan ascoltando musica e guardando vecchi film. Chissà se con l’ennesima sigaretta tra le labbra. Era l’ultimo dei romantici, artista straordinario dalla vita irrequieta, nato nel lato selvaggio della strada e mai più abbandonato se non per abbeverarsi nelle acque limacciose del Delta del Mississippi. Lo abbiamo scoperto nel settantasette, sguardo affilato da bullo di strada, ciuffo a banana e voce soul su un suono secco e chitarristico, sembrava uscito dalla gang di West Side Story. Invece il suo regno era il Lower East Side, nel quale inscenava storie urbane e spezzacuori cantate come se Doc Pomus muovesse i suoi primi passi al CBGB’S. Willy cantava New York come solo Lou Reed e David Johansen in quegli anni, giungla d’asfalto con chitarre come rasoi, calda e rassicurante con i ritmi latini rubati ai portoricani del LES. Quando nell’87 mi avventurai in Delancey Street fu grazie a lui, cercando nei volti delle ragazze per strada qualche ” Mixed Up Shook Up Girl “, e a New Orleans non potevo non pensare a Willy il newyorchese trasferitosi nel Delta sulle strade delle radici del blues.

Willy DeVille

Guardatelo in Live at Montreux 94, il picco di una carriera,look da gitano metropolitano con gilet e camicia con jabot, capelli lisci e lunghi, pizzetto ben curato. La band con fiati, chitarre e piano lo asseconda nelle cavalcate di Demasiado Corazon, Hey Joe e Stand By Me, lui accarezza la slide, la voce sempre più arrocchita da troppo alcool. Farewell, Willy. Quando passeggio sulla Bowery so che quello era il tuo regno e che le tue canzoni sono lì, accanto a quelle di Patti e di David, di Willy ( Nile ) e di Garland, di Elliot e di Bruce. Heaven Stood Still. For You.